Intervista a Enrico Vanzina nel Principato di Monaco per la Dante Alighieri: “Il cinema è fuori, nelle strade, nei bar, negli stadi”

Intervista a Enrico Vanzina nel Principato di Monaco per la Dante Alighieri: "Il cinema è fuori, nelle strade, nei bar, negli stadi"
Enrico Vanzina parla al pubblico della Società Dante Alighieri - Comitato del Principato di Monaco all'Auditorium Rainier III; Ft©arvalens

 

di Angela Valenti Durazzo – È una grande figura del cinema italiano e una personalità colta e disponibile. Enrico Vanzina, sceneggiatore, scrittore, regista, giornalista, ha snocciolato ieri, di fronte al numerosissimo pubblico della Società Dante Alighieri – Comitato del Principato Monaco, aneddoti e frammenti di una carriera che lo ha visto, insieme al compianto fratello Carlo, al centro della Commedia Italiana attraverso film cult come “Sapore di Mare”, “Vacanze di Natale” e molti altri, soffermandosi anche sulle sue opere odierne. Grazie al padre Steno – regista di mitici film quali “Un giorno in pretura” o “Un americano a Roma” – Enrico ha avuto il privilegio di conoscere bene giganti del grande schermo quali Totò, che lui ricorda mentre gli dava la mano da piccolo, Sordi, De Sica, Mastroianni “mio grandissimo amico” e altri. Abbiamo intervistato l’uomo di cinema (anche se la mamma voleva diventasse ambasciatore) e lo scrittore di romanzi, a margine della conferenza monegasca, preceduta dal saluto della presidente dell’associazione Maria Betti e dalla presentazione di Maurizio di Maggio di Radio Monte Carlo. “Il cinema è fuori: è nelle strade, nei bar, nei teatri, negli stadi – ci ha detto Vanzina – bisogna avere l’umiltà e la capacità di uscire la mattina e di guardare”. Ma la vita è come un film che talvolta può prendere pieghe dolorose, come lui stesso racconta nel libro “Mio Fratello Carlo” cronaca appassionante di sentimenti umani.

Enrico Vanzina, sulla scia del suo successo in campo cinematografico cosa la ha spinta a diventare anche scrittore di romanzi come “Noblesse oblige” e “Mio fratello Carlo”?

Del cinema, da ragazzo, ne vedevo i lati positivi ma anche le piccole miserie. Sono cresciuto proprio toccando con mano tutti i problemi. Allora volevo fare lo scrittore e basta, questa era la mia passione e poi volevo fare il musicista, perché il mio primo lavoro è stato il pianista di piano bar, ho studiato musica e mi piaceva molto. Quindi volevo scrivere ma a un certo punto ho capito che in realtà più che scrivere, probabilmente, mi piaceva raccontare.

Così ha imboccato la strada del cinema

Sì, e ho capito subito che la scrittura cinematografica è molto diversa perché bisogna calcolare che un film è un racconto per immagini, parole e musica. Bisogna sapere, quando scrivi, dove mettere la musica. Devi già immaginarla. Sapere quante parole togliere perché un film con i primi piani racconta le emozioni. E le immagini, talvolta, sono molto meglio delle parole.

E riguardo a un’altra sua attività, quella del giornalismo?

A un certo punto nel 1990, Paolo Mieli, che era direttore del Corriere della Sera, mi chiamò e mi disse “vuoi fare il giornalista?” Non ne ero molto convinto e invece ho cominciato dal ’90 ad oggi una professione seria, che comporta ancora un altro tipo di scrittura è la mia seconda professione, e sono 26 anni che scrivo per il Messaggero.

Enrico Vanzina, Conferenza a Monte Carlo per La Società Dante Alighieri Monaco

Enrico Vanzina nel Principato di Monaco parlerà dei suoi libri e della sua lunga carriera

E infine ha dato seguito anche al suo talento letterario

Sì, ho dovuto cancellare tutto quello che avevo imparato per raccontare le immagini e le emozioni attraverso le parole, tutto quello che con il cinema non puoi fare. Ed è stata un’apertura di grande liberazione, perché lì ero solo io, la responsabilità era tutta mia, non dipendeva dall’attore – che forse l’espressione la dice male – e questo sistema di scrittura mi ha entusiasmato. Per cui durante la giornata io ho questa specie di tavolozza: posso scrivere per il cinema, per il giornalismo e per i romanzi, che sono tre cose completamente diverse ma che poi sono la somma totale della scrittura. Allora alla fine riesco a capire che veramente nella mia vita ho fatto lo scrittore perché ho sempre utilizzato, rispettato e amato le parole a seconda dello scopo.

Quanto nei suoi film e nelle sue opere racconta e quanto si racconta?

Non amo l’autobiografia, perché generalmente uno scrive di se stesso pensando a un altro. Di me cerco di mettere lo stile, perché fin quando da ragazzo facevo il musicista pensavo che la bravura dei grandi compositori, al di là delle armonie, degli accordi, del modo di costruire la musica, è nello stile. Per cui di personale uno deve cercare di mettere lo stile che piano piano nel tempo si costruisce. E la gente, che ti legge o vede il tuo film, deve dire “questo lo ha fatto lui”.

E riguardo al raccontare?

Quello che ho fatto di più è guardare la vita. Il cinema è fuori. C’è già. È nelle strade, nei bar, nei teatri, negli stadi, sta ovunque. Bisogna avere l’umiltà e la capacità di uscire la mattina e di guardare. Perché non si inventa qualcosa ma è come la pittura: un’arte che si rinnova ma l’impostazione è sempre quella, i temi sono gli stessi: temi di amore, comicità, paura. Sono delle variazioni continue che il cinema rinnova. Quindi la vita è un film. E non è un lavoro moralistico: addirittura non devi giudicare troppo, perché le fragilità del mondo esterno sono le tue alla fine. Scola diceva “la commedia non deve essere moralista perché dobbiamo sempre rispettare le ragioni degli altri”.

Tornando al suo talento letterario, mentre “Noblesse oblige” è un romanzo comico con tanto di nobile squattrinato e maggiordomo, “Mio fratello Carlo” è una vicenda profonda e personale

Io non ho voluto fare una biografia di Carlo, non ho scritto la sua storia. Ho raccontato cosa succede nella testa di una persona che ha vissuto sempre con l’altro e che in otto mesi lo vede andare via. È stata un’operazione quasi psicoanalitica anche per elaborare subito dopo questo lutto, dal quale non mi sono ancora ripreso, e cercare di fissare i sentimenti di due uomini oltretutto molto diversi, però fratelli fino in fondo e che si amano e che non trovano risposta a quello che è successo.

 

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