Viaggiare con la Mente: Il Filo Infinito di Rumiz per Ritrovare Se Stessi

Viaggiare Con La Mente Il Filo Infinito Di Paolo Rumiz

Recensione di Maria Grazia Casagrande

IL FILO INFINITO – PAOLO RUMIZ – FELTRINELLI EDITORE, 2019

Il viaggio è mutamento, e da sempre è portatore di un profondo processo di purificazione interiore. Un percorso dell’anima che ampliando il perimetro del sapere ci aiuta a superare i nostri limiti; e dunque, come un nuovo Prometeo che sfida le proibizioni imposte dagli Dei al fine di regalare agli uomini un barlume di conoscenza, Paolo Rumiz si mette in marcia e partendo dall’Appennino attraversa Amatrice ed i luoghi del terremoto incontrando paesi fantasma – “sventrati e oscenamente aperti sull’intimità delle case” – e giunto in quel di Norcia s’imbatte nella statua di San Benedetto.

“Cosa rappresentava quel santo benedicente, abbandonato fra i detriti del modo?” – si chiede Rumiz confuso, di fronte alla statua situata al centro della piazza.

Ed è qui che l’autore, in una sorta d’epifania, realizza l’enorme portata dell’opera benedettina abile nel salvare l’Europa rilanciando al contempo la civiltà, nonostante quel territorio si trovasse, in quel frangente, in bilico su di un baratro, in un mondo sopravvissuto alla caduta dell’Impero romano e quindi in preda alla paura e devastato da violente scorrerie barbariche.

Ed ora – riflette Rumiz – quella stessa Europa, sembrava invece essere ripiombata nel Medioevo, e per tornare alle sue radici spirituali avrebbe dovuto nuovamente passare attraverso una lunga stagione di macerie.

“Se Benedetto era riuscito a ricostruire l’Europa nonostante le macerie, era necessario riportare in vita la memoria di quell’equilibrio così faticosamente ritrovato” – scrive Rumiz – “perché per ben tre volte l’Europa era rinata da quelle montagne: prima con Roma, poi col monachesimo e infine con il Rinascimento; era dunque tornato il momento di ritrovare quella formidabile spinta alla ricostruzione.”

Con questo pensiero in mente, una missione, quasi una magnifica ossessione, Rumiz dà inizio al suo lungo cammino per ritrovare ‘il filo’ della perduta spiritualità, srotolandone il capo lungo un tracciato che collega fra loro i monasteri benedettini; spazi in cui ancora vige un’alta politica, intesa come sapiente gestione dei rapporti umani; una politica basata su valori forti, capace di combattere il linguaggio della paura, parlare alle periferie, ridare speranza agli Ultimi e riscoprire la comunità.

Ed ecco che l’autore, partendo dal suolo italiano, ci accompagna in visita ad un vecchio monastero situato a Praglia, in Puglia; per poi proseguire questo suo pellegrinaggio verso le abbazie di Sankt Ottilien, Altötting e Niederalteich, in Germania; quindi a Viboldone, in Lombardia; poi a Muri Gries e a Marienberg, nel Sud Tirolo; e dunque a San Gallo, in Svizzera; per poi dirigersi verso Citeaux e Saint-Wandrille, in Francia; a Orval, in Belgio; a Pannonhalma, in Ungheria; e infine rientrare in Italia, nuovamente sull’Appennino, visitando il monastero di Camerino, nelle Marche, e quello di San Giorgio Maggiore nel Veneto.

Un lungo viaggio spirituale in cui, pur spaziando dall’Italia all’Europa in territori totalmente diversi fra loro per lingua, cultura e tradizioni, Rumiz ritrova dei punti fermi comuni a tutti i monasteri visitati: l’accoglienza, l’ascolto dell’altro, la solidarietà, il rispetto per la natura, la speranza; ma anche la consacrazione per la Regola, la disciplina, i tempi della preghiera, la ritualità, l’importanza della Cultura e della Conoscenza.

Un incredibile insieme d’ideali, un ‘credo’ che ben si condensa nell’asserzione “Ora et labora et legi et non contristari” – letteralmente: “Prega, lavora e studia e non farti prendere dalla sfiducia”.

Ed è meraviglioso lasciarsi trasportare dalla lettura di queste pagine e ritrovarsi in quei luoghi sacri, ancora immersi in una natura primaria; spazi in cui il vento ‘pettina i campi’, e dove la terra è ‘lavorata’ a tal modo, che quasi è impossibile distinguere fra l’opera della natura e quella dell’uomo. Dove nulla è casuale, e dove tutto è stato scelto allo scopo di rendere dolce la vita dell’uomo preservando la natura, in un perfetto equilibrio di acqua e terra.

Ci perdiamo nella magia della vita che si svela nelle foreste e negli orti, nel cinguettio allegro di passeri e usignoli, fra le querce e le robinie, nell’immensità dei cielo stellato.

E come in preda ad un incantamento seguiamo le peregrinazioni della nostra ‘guida’ e leggiamo, rapiti, la sua scrittura la cui impronta è poesia allo stato puro in grado di ammaliare il lettore, così come la musica del pifferaio di Hamelin.

Una musica a cui fa da contralto la vita interna delle abbazie fatta di ‘altri suoni’ come le laudi, i vespri e la compieta, il ciabattare dei monaci, i canti gregoriani amplificati dalla sapiente acustica delle chiese; tutto un mondo in cui si alterna il ‘silenzio spirituale’ e la presenza del ‘sacro’, alla manualità di tutti i giorni.

Una vera e propria ‘arca’ in cui echeggia il rumore sordo della zappa che incide la terra, mentre al riparo di alte vetrate mani sottili si dedicano al restaurano di preziosi manoscritti; c’è chi sorveglia il vino nelle botti mentre altri selezionano le erbe officinali, chi è dedito allo studio della liturgia mentre altri preparano gli alveari per l’imminente primavera oppure si occupano di ricevere gli ospiti.

“Vago per un lungo corridoio, finché il ciabattare dei monaci diretti al Mattutino rompe il silenzio. Svoltando l’angolo, ora li vedo, neri, inconfondibili. Benedettini. Quindici al massimo. Pochi, per un un edificio così grande. Ma so che nello stesso istante in Francia, Germania, Spagna, Austria, Polonia, Ungheria e altrove, in cento e cento abbazie, mille altri uomini vestiti di nero escono dalle celle per salutare il giorno e celebrare l’Altissimo. Un esercito.”

E quasi ci si sente presi da una spinta improvvisa, dalla voglia di chiudere il libro e partire, anche noi, alla volta di quei mondi per poter vivere quell’esperienza, ritrovare sé stessi, la propria anima, la propria perduta spiritualità.

“Il sacro sembrerebbe esser stato annientato dalla macchina del consumo” – scrive Rumiz – “ma ti fulmina appena entri nell’abbazia di Viboldone, e resti incantato di fronte alla visione della navata medioevale coperta di affreschi di epoca giottesca.”

“Ma d’altronde che cos’è la vita, se non un lungo filo di lana che scavalca mari, fiumi, montagne e frontiere?” – si chiede, e ci chiede, l’autore passeggiando di abbazia in abbazia alla ricerca del filo bianco della strada.

La cultura dominante ridicolizza la dimensione spirituale disattivando la nostra bussola interiore e togliendoci l’orientamento; ed è ancora Rumiz a ricordarci come:

‘Il tempio di Gerusalemme guardasse ad Oriente; poi i cristiani imitarono gli ebrei e nelle chiese la direzione est-ovest sostituì quella nord-sud dei principali edifici della romanità. Lo fece al punto che ancora oggi, per dire “cercare la direzione” usiamo il verbo “orientarsi”.

Lo scrittore ci narra come la grandezza dei benedettini sia stata l’aver capito la dimensione plurale del nostro mondo; aver realizzato che la cristianità occidentale sarebbe cresciuta solo attraverso delle differenze, non importava se culturali, politiche, giuridiche o linguistiche.

E fu proprio quel pensiero illuminato che diede vita ad una rete impressionante di abbazie economicamente autosufficienti ma strettamente comunicanti fra loro. Un sistema che cambiò l’Europa e ne civilizzò gli spazi più selvaggi.

“L’Europa” – prosegue Rumiz – “è prima di tutto, uno spazio millenario di migrazioni ed è tempo di gridare ad alta voce come il nostro essere uniti rappresenti un forte intralcio all’assolutismo, alle mafie, ai fondamentalismi ed alle economie di rapina che saccheggiano il Pianeta. Dividersi sarebbe dunque una pura follia. Proprio il nostro essere stati capolinea di popoli migranti, deve spingerci a sciogliere altre matasse tendendo altri fili, in un gesto d’amore e disobbedienza civile.”

E non possiamo che condividere il pensiero di questo novello Virgilio, quando avanza l’urgenza di costruire presìdi di resistenza e tendere tra loro dei fili di benedettina ostinazione; così come fece Gandhi quando si oppose all’imperialismo inglese, o come fecero tutti i portabandiera di un forte ideale.

Chi sono dunque i nuovi barbari, i migranti o il nostro mondo allo sbando e senza fede? – ci chiede Rumiz –

“Oggi che in Europa ci somigliamo più di prima, oggi che ovunque spadroneggia lo stesso Globale, proprio oggi sento diffondersi la pericolosa illusione che chiudersi è meglio. Tendere un filo è un atto femminile antico di millenni. Come quello di Arianna, che mostrò ad un greco la via d’uscita di un labirinto, e dunque il simbolo della filatura esprime il lavoro di umanizzazione dell’Europa che i giovani, oggi, sono chiamati a immaginare e creare.”

Terminata la lettura di questo libro, così ricco di esortazioni, poesia, vita primaria, regole e spiritualità, ci sembra d’aver compiuto un lungo viaggio ‘di formazione’ in compagnia dell’autore; un percorso al termine del quale la rigenerazione si fa strada, prepotente, mentre ancora risentiamo gli echi dei viandanti incontrati lungo il cammino, la voce pacata di padre Anselmo mentre ci racconta la bellezza del creato, il canto degli usignoli, il profumo del pane caldo e quel profondo senso di pace; e al contempo siamo pervasi dallo smarrimento all’idea di dover abbandonare quelle pagine.

Ma è proprio quando si giunge all’ultima riga che il desiderio di ricominciare prende il sopravvento, portandoci a ripercorrere le tappe di quel viaggio per immergerci nuovamente in quel mondo, riassorbirne i principi e gli ideali, farli nostri e trasmetterli ad altri.

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