Racconti ai Tempi dell’Epidemia: “Ninetta e il Lago” di Maria Grazia Casagrande

Racconti ai Tempi dell'Epidemia: "Ninetta e il Lago" di Maria Grazia CasagrandeFt.John Mark Smith

Ai tempi del Coronavirus si può viaggiare nei grandi laghi dell’immaginazione, con lunghe bracciate e respiri profondi…

Ninetta e il Lago

di Maria Grazia Casagrande

Ninetta era una bambina di sette anni, e a quell’età avrebbe dovuto passare i pomeriggi ai giardinetti, giocando con le amiche o le compagne di scuola; preferiva invece la compagnia degli alberi o di qualche animaletto abbandonato per strada, con i quali riusciva ad intrattenere discorsi che non sarebbe stata in grado di replicare né con le sue compagne di scuola né tanto meno con sua madre, ai cui occhi appariva sempre come una bambina con la testa fra le nuvole.

Ninetta, in realtà, all’anagrafe era stata registrata con il nome di Anna. Sua madre però, alla vista di quello scricciolo spaurito fu presa da un forte senso di protezione e allungò il nome in Annina, quasi che quell’aggiunta potesse in qualche modo farla crescere più in fretta.

Annina, però, piangeva tutte le notti e sua madre, sfinita dalla stanchezza, cercava di calmarla dandole del latte, cullandola e cantandole una canzoncina che pareva placarla, le cui parole dicevano così: ‘Dormi Nina, che sei piccina. Dormi Nina, e domattina diventerai una bella bambina’.

E così, a forza di cantare ogni notte, sua madre si abituò al suono di quel nome, tanto che da quel momento ‘Nina’ divenne l’ennesimo diminutivo.

Fu quando iniziò a frequentare la scuola che le sue compagne, un po’ per vezzo e un po’ per gioco, presero a chiamarla Ninetta; ma lei, abituata com’era a tutti quei cambi di nome – prima corto, ora lungo e poi corto di nuovo – non ci fece neanche più caso.

Ninetta diventò grande, seppure in un corpo gracile e con l’aria indifesa bella stampata sul viso; una faccina ossuta, contornata da ciocche rade di capelli biondi, occhi chiari e labbra sottili. Guardandola le avresti dato non più di cinque anni.

“Quanto sei pallida stamattina, Ninetta mia, e sempre più magra…” – disse la mamma osservando quella piccola schiena piegarsi sotto il peso dello zaino di scuola.

”E’ un disastro vivere in questa città, cara Ninetta” – proseguì la mamma passandole una mano fra i capelli – “Ma appena sarà finita la scuola ce andremo dritti e filati su in montagna, e vedrai che bel colorito prenderai.”

Ninetta era uscita di casa sotto una fitta pioggia primaverile che colorava il cielo d’un grigio plumbeo, ma a lei era venuto lo stesso da cantare pensando all’estate, al sole, alle vacanze.

L’estate, per Ninetta, aveva il suono di una piccola cittadina situata ai piedi delle montagne, un paesino di nome Susa dove sua nonna aveva una casetta nel bel mezzo mezzo della campagna. 

La mamma di Ninetta a quei tempi possedeva una vecchia automobilina rosso fuoco; un mezzo che durante l’anno era utilizzato più che altro per caricare qualche spesa un po’ più ingombrante del solito, ma che d’estate serviva alla perfezione per raggiungere Susa. Di solito ci si metteva un’oretta, ma a volte il viaggio durava più a lungo a causa delle soste forzate dovute a Ninetta, che pativa il mal d’auto. 

La mamma era bravissima a caricare quella piccola automobile con tutto quel che era necessario per l’estate; ogni spazio era sfruttato alla perfezione e le cose più ingombranti, come le valige e i borsoni contenenti ricambi di vestiti, maglie, lenzuola e asciugamani, li piazzava per benino sul portapacchi; nel minuscolo abitacolo invece, rimaneva giusto lo spazio al volante dove si sedeva lei per guidare, e accanto si sistemava Antonio, il fratello maggiore di Ninetta, il quale aveva acquisito di diritto il posto più ampio accanto al guidatore, solo per il fatto di essere più grande di lei. Negli strettissimi sedili posteriori rimaneva poco più d’un buco, ma Ninetta era così minuta che quello spazio sembrava fatto proprio per lei.

A Ninetta piaceva molto passare le estati a Susa perché non c’era il traffico e il rumore assordante della città, poteva andare fino ai giardini in bicicletta, le era permesso di passeggiare da sola per le viuzze del paese, e lungo la strada incontrava sempre qualcuno con cui chiacchierare.

“Ciao Ninetta, finalmente sei tornata” – diceva la panettiera incontrandola – e lei, felice di scorazzare per quelle stradine assolate rispondeva spavalda: ”Si, è finita la scuola, e così me ne sto un po’ con la nonna!” 

“Brava!” – aggiungeva la signora strizzandole la guancia – “Dille che domani vengo a trovarla e le porto anche due biscotti!” 

La nonna era molto affezionata a Ninetta, e quando la rivedeva dopo la lunga assenza dovuta alla scuola, i suoi occhi blu brillavano così tanto che si riempivano di rugiada. La sua casa era riconoscibile anche da lontano perché era dipinta d’una bella tinta verde acquamarina, l’unica ad avere quel colore in tutta la vallata. 

Sul retro della casa si srotolava un’aperta campagna coltivata con ordine, che agli occhi di Ninetta dava un senso di stordimento per la presenza prepotente di colori e profumi a lei sconosciuti. 

La nonna era anche la custode di tutte le storie e le leggende che popolavano la Val di Susa, ed un piovoso pomeriggio di fine luglio in cui Ninetta e Antonio stavano bisticciando spintonandosi l’un l’altra, lei iniziò a raccontare tutta una strana storia sulla diga del Moncenisio ed il paese rimasto sommerso.

Ad esempio – disse con tono misterioso – correva voce che sul fondo del lago ci fosse addirittura un intero carrarmato, e alcuni erano pronti a giurare e spergiurare d’aver visto persino il campanile della chiesa spuntare dall’acqua…

Ninetta e suo fratello erano rimasti immobili ad ascoltare, con le bocche semi aperte e gli occhi persi dentro le immagini di quel racconto, che inutile dirlo, diede sfogo alla loro fantasia.

“Chissà com’era un paese sott’acqua” – si era chiesta Ninetta in quelle notti in cui, non riuscendo a prender sonno se ne stava seduta in pigiama accanto alla finestra, fantasticando sulla storia di quel campanile che spuntava dal lago.

“E le case… – pensava – chissà come erano rimaste? – Certo, si era detta, non ci abiterà più nessuno. E le persone, scappando via di gran fretta, di sicuro avranno lasciato tutto così com’era: i letti da rifare, le tavole apparecchiate, i panni stesi ad asciugare e persino i quaderni aperti con i compiti ancora da finire…”

“Caspita! “ – pensò Ninetta – “Con tutti quegli oggetti i pesci ci avranno fatto chissà quante tane!…” – e con lo sguardo perso nel vuoto stava già immaginando fogli sparsi di quaderni e libri aperti che volteggiavano, danzando, nell’acqua profonda di quel lago. Con quel pensiero in mente si addormentò così com’era, appoggiata allo stipite della finestra, i piedi scalzi e il pigiama a quadrettini. E quel che sognò fu a dir poco incredibile…

Sognò che la mamma li aveva portati proprio al lago del Moncenisio, e la loro macchinina rosso fuoco si stava dunque arrampicando lungo i tornanti della montagna.

Le discussioni come al solito non mancavano mai, più che altro perché Antonio – a suo dire un esperto viaggiatore – pretendeva di accelerare il percorso con un metodo tutto suo, che in pratica consisteva nel tagliare i tornanti per fare più veloce…

E così, fra un urlo e l’altro, la mamma non vide l’ultima curva e l’automobile, come in preda ad una vita propria, svettò alta nell’aria e poi, cambiando di netto direzione si tuffò nell’acqua, ed iniziò a muoversi con la destrezza di chi non aveva mai fatto altro nella vita…

Come per magia i tre si ritrovarono in fondo al lago, imprigionati dentro l’automobile; ma se Ninetta quasi non riusciva a credere ai suoi occhi, Antonio e la mamma proseguivano invece a discutere fra loro come se niente fosse, e anzi, sembravano avvezzi a tutto ciò che compariva loro davanti.

Ma la cosa più incredibile fu che procedendo in fondo al lago, anche l’automobile si trasformò e divenne una specie di grosso gambero rosso; una sorta di crostaceo con le ruote che passava inosservato accanto a pesci, anfibi e bisce d’acqua.

Ninetta osservava tutta questa magia senza riuscire a spiccicare parola, ma la gola le si seccò del tutto, quando fra i banchi di pesci che fluttuavano allegri, intravide addirittura le Sirene di Ulisse; erano bellissime e sinuose ma c’era in loro qualcosa di strano, infatti man mano che si avvicinarono vide che sulla pinna colorata avevano una scritta, anzi un tatuaggio, che riportava la parola ‘Rock’n roll’. E rimase davvero di stucco quando l’auto passò loro accanto e le sentì cantare a squarciagola quelle stesse canzoni di cui Antonio andava matto e che ascoltava ogni giorno a tutto volume.

Il suo sguardo venne poi attirato da uno strano oggetto, era un enorme sottomarino giallo, e da un piccolo oblò scorse proprio lui, il Capitano Nemo; Era lì in fondo al lago, vestito di tutto punto e con l’immancabile pipa in bocca, tutto intento a macinare chissà quali pensieri su nuove rotte per mondi sconosciuti.

E infine, meraviglia delle meraviglie, vide quello che tutti avrebbero voluto vedere; il mito per cui moltitudini di persone si erano appostate giorni interi per riuscire ad esser testimoni di quel che solo le leggende in effetti raccontavano. 

Ninetta vide, e strabuzzò gli occhi per l’incredulità, perché proprio davanti a lei fluttuava leggero, nonostante la mole colossale, nientemeno che il mostro di Lochness: il misterioso protagonista di mille racconti, fotografie ricostruite, filmati improbabili…

“Ma com’era possibile” – si era chiesta Ninetta nel sogno – “che stesse vivendo quell’avventura; e poi perché soltanto lei trovava tutto così incredibile, mentre per la mamma e per Antonio ogni cosa sembrava essere normale?”

E come se qualcuno le avesse letto nel pensiero, giunse all’improvviso un cavalluccio marino luminoso e trasparente, che sorridendo le sussurrò all’orecchio: ”Ciao Ninetta finalmente sei arrivata dunque, ti stavo giusto aspettando. Osserva bene questo mondo fantastico in cui ti trovi, e ricorda che farà parte di te, per sempre…”

Ninetta aveva la mente confusa, e per la troppa emozione non capì il significato di quel discorso, ma si risvegliò dolorante per la posizione scomoda in cui si era addormentata. 

Tutta arruffata si recò in cucina e cercò di raccontare quello strano sogno alla mamma, ma lei non le badò, convinta com’era che fosse solo una delle sue tante storie inverosimili. Ninetta corse fuori delusa, ed abbracciò il grande Salice piangente che l’aspettava nel centro del giardino, e stringendolo forte gli raccontò sottovoce la sua avventura e il magico discorso del cavalluccio marino, sperando che almeno lui le desse qualche spiegazione. Ma il Salice piangente semplicemente mosse lentamente la sua lunga chioma al vento.

Passarono molti anni da quella lontana estate, e venne il giorno in cui Ninetta, per puro caso, si ritrovò per davvero sulle sponde di quel lago. I suoi occhi adolescenti corsero a scrutare quelle acque così piene di mistero, aspettandosi di vedere da un momento all’altro la punta del campanile spuntare dall’acqua, o la figura immensa del mostro di Lochness fuoriuscire all’improvviso. Aspettò e ancora aspettò, ma non accadde nulla, e lei dunque si allontanò un po’ mortificata per la propria sciocca ingenuità. 

“Cosa avrebbe mai fatto nella vita? “ – si chiedeva amareggiata mentre la luce del giorno cedeva il passo al buio della sera – “Per quanto tempo avrebbe potuto parlare con gli alberi o emozionarsi di fronte ad un arcobaleno, senza per questo sentirsi presa in giro da tutti? E poi, che ne sarebbe stato di lei?”

Gli occhi le si stavano riempiendo di lacrime, ma quando alzò lo sguardo intravide una stella, poi un’altra e un’altra ancora e di colpo avvertì il battito forte del suo cuore; capì allora che non c’era davvero nulla di strano o di sbagliato in lei; avrebbe solo dovuto imparare a leggere nel profondo della propria anima, accettando la sua estrema sensibilità, quel suo essere così semplice, ma perennemente incantato di fronte alla bellezza e a dettagli talmente minuti, che gli altri non erano in grado di vedere. Era una dote preziosa la sua, ma nessuno mai glielo aveva spiegato.

Fu così che Ninetta imparò a far buon uso del suo incanto, trasformandolo in qualcosa di bello, da condividere e da raccontare. Senza vergogna continuò ad essere se stessa e cominciò a nuotare, leggera, nei grandi laghi dell’immaginazione, con lunghe bracciate e respiri profondi.

©Maria Grazia Casagrande

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