
Lisa Galantini impersona la poetassa Antonia Pozzi; Ft©RosannaCalò
Di Angela Valenti Durazzo – Lisa Galantini, con la regia di Alberto Giusta, nuovamente sul palco del Théâtre des Muses del Principato di Monaco lo scorso 30 settembre per il Teatro della vita.
Con “Nuda”, di Chiara Pasetti, è andata in scena la tormentata vicenda umana di Antonia Pozzi (1912-1938) figura femminile di grande sensibilità poetica, morta suicida a soli 26 anni, eppure capace, nonostante la breve esistenza, di lasciare versi di grande delicatezza e profondità.
“MORTA PER LA TROPPA VITA CHE HO NEL SANGUE”
Dopo il saluto della presidente del Teatro della Vita, Carolina Labadini Mosti e l’introduzione della Direttrice artistica Laura Trimarchi, salite sul palco insieme a parte del direttivo dell’associazione monegasca (foto sotto), la parola è passata alla recitazione con una bravissima Lisa Galantini che ha portato in scena la figura della giovane poetessa e fotografa, laureata ad onore all’Università di Milano, morta, come scrive lei stessa “per la troppa vita che ho nel sangue”. Antonia è figlia di un avvocato e di una nobile che tuttavia, narra il monologo teatrale, negheranno il suicidio parlando di una “asprissima malattia”.

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Lo spettacolo, che nonostante il doloroso epilogo della vicenda esistenziale della protagonista, trasuda vita e intensità, è liberamente tratto dai testi di Antonia Pozzi e di Chiara Pasetti. Di questa stessa scrittrice e drammaturga il Teatro della Vita ha già portato in scena un’altra opera teatrale di grande impatto emotivo: MOI, monologo dedicato a Camille Claudel (1864-1943) (LEGGI L’ARTICOLO) scultrice francese e artista di eccezionale talento che “frequentò l’Accademia Colarossi a Parigi dove conobbe lo scultore Auguste Rodin, di cui divenne allieva e modella e con il quale intrecciò una relazione tormentata”. La Claudel sarà infine internata presso una clinica psichiatrica su richiesta della madre e del fratello.
LA VOCE DI ANTONIA POZZI RESTA NITIDA E LUCENTE

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Al centro di “Nuda” – la cui intensità interpretativa è sottolineata anche della voce fuori scena di Massimo Popolizio e dalle musiche e la scenografia a cura di Valentina Amandolese – vi è dunque ancora una volta il difficile percorso di emancipazione femminile, che porta la giovane, innamoratasi del suo maestro, a dover rinunciare per il divieto paterno, a questo legame con un uomo più grande di lei, che tra l’altro la ricambiava.
Un evento doloroso e l’avvio di una solitudine interiore dalla quale Antonia non riuscirà a riprendersi. Ma la sua voce, nonostante il passare del tempo, resta nitida e lucente e diventa rappresentativa di una difficile situazione femminile.
“La storia di Antonia Pozzi penso possa servire per parlare delle conseguenze della solitudine – riporta una nota di Chiara Pasetti – del fatto di sottovalutare stati depressivi e dell’importanza di motivare e sostenere una passione, cosa che nel caso della poetessa non è avvenuta, generando conseguenze fatali…Non in ultimo, riflettere sulle difficoltà di una donna di affermarsi in campi e ambienti considerati “da uomini” come quello dell’arte, della letteratura, della filosofia, ecc., credo sia sempre di grande importanza e attualità”.
Nuda, dunque, nella propria fragilità. Nuda, dinnanzi alla sua solitudine che la porta a porre assurdamente fine a una vita che molto ancora avrebbe potuto dare e insegnare. E come l’ultimo verso di una sua poesia sembra annunciare inesorabilmente “…E un giorno nuda, sola, / stesa supina sotto troppa terra, starò, / quando la morte avrà chiamato”.
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