Quando il Cibo Richiama la Nazionalità del Prodotto

Quando il Cibo Richiama la Nazionalità del ProdottoFt.Element5 Digital

di Giuseppe Durazzo

Bureau d’Etudes et Conseils Monaco

L’attuale domanda da parte dei consumatori ed in parte della politica, di informazioni circa l’origine dei prodotti alimentari e dei loro ingredienti, anche se giustificata, sta creando un fenomeno che assume i caratteri di «sovranismo alimentare», configurandosi come domanda di prodotto in qualche maniera autarchico, ma anche di un prodotto che sembri un prodotto antico, fatto vicino a casa, alla fine dei conti migliore e più sicuro per il consumatore.

Il richiamo alla nazionalità del prodotto viene spesso usato dai venditori per attirare l’attenzione e determinare la scelta dei consumatori. L’utilizzo di bandierine nazionali o regionali, richiami, nomi, assonanze, pittogrammi e quant’altro sovente è fatto per ottenere un’attenzione particolare verso quello specifico prodotto, con tutti quegli strumenti che la legge prevede o comunque non vieta, oltre che nel rispetto della corretta informazione.

Ma anche i Legislatori, sia quello dell’Unione europea che quello nazionale, seppure in maniera differente e con strumenti giuridici differenti ed in maniera in parte contraddittoria, hanno scelto la via dell’informazione del consumatore circa l’origine dell’ingrediente principale, dell’ingrediente caratterizzante, dell’ingrediente che viene associato dal consumatore alla qualità di un certo prodotto. Situazioni, quelle appena indicate ben distinte tra di loro, ma che portano in alcuni casi se non in tutti, all’obbligo dell’indicazione dell’origine del prodotto primario o qualificante o di entrambi, in alcuni casi.

Nel momento in cui il consumatore viene informato dell’origine, (o meglio della provenienza) secondo i criteri della normativa doganale, di un ingrediente egli viene posto di fronte alla possibilità di scelta, più informata, ma questa migliore scelta si basa sul presupposto espresso o non espresso, esplicitato o meno, secondo il quale il prodotto locale è un prodotto migliore.

E’ abbastanza ovvio che chi produca un ingrediente locale sostenga questo. E’ normale che l’allevatore vanti le qualità eccelse del proprio allevato, che l’agricoltore esalti il proprio raccolto, così anche che il mondo dell’industria alimentare faccia lo stesso col prodotto di trasformazione.

Una volta che avremo fornito in maniera più compiuta l’informazione sull’origine, principalmente dal 1° aprile del 2020 nel rispetto dalla nomativa UE, il consumatore sarà quindi meglio informato. E sceglierà, così,  come in parte sta già facendo, all’interno di una vasta gamma di alimenti.

Ma la scelta del prodotto con ingredienti del territorio nazionali è sempre la scelta miglioreVa detto che il tema non riguarda soltanto la produzione nazionale italiana, bensì quella di molti altri Stati, ognuno col proprio campanilismo ed i tratti più tradizionali. Ogni Paese cerca di vendere al proprio consumatore ed a quello degli altri Paesi il proprio alimento e i propri ingredienti per ovvie ragioni economiche, ma l’Italia su questo tema sta conducendo da anni un’intensa attività andando oltre l’obbligo d’informazione della provenienza, prevedendo talvolta l’obbligo d’informazione in etichetta anche all’origine dell’ingrediente che è componente dell’alimento composto. Per cui, per fare un esempio, nella pasta non chiede che sia stampata l’origine dello sfarinato, bensì quella del grano.

Ciò spinge a far sì che l’industria alimentare nel rifornirsi di prodotti agricoli scelga sempre più il prodotto nazionale, perché il consumatore chiede sempre più alimenti con ingredienti nazionali.

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Un ingrediente che provenga da un altro Paese dell’UE é visto con disfavore ed a maggior ragione un ingrediente che provenga da uno Stato extra UE. E’ scontato che i prodotti coloniali abbiano origini extra UE e questo forse il consumatore non lo percepisce come una criticità , come un elemento di disfavore: apprezza il caffé italiano pur sapendo o immaginando o avendo come notizia primordiale che le coltivazioni di caffé non sono impiantate nel Bel Paese.

Ma perché l’industria alimentare utilizza prodotti alimentari d’importazione? Certamente l’elemento economico ha un ruolo importante, ma non è il solo che rileva.

Non é sempre detto che ogni prodotto per il sol fatto di essere stato coltivato in Italia (e vale per ogni altro Stato) sia migliore di quello di importazione, come non è detto che il grano italiano sia migliore dei migliori grani disponibili nel mondo; non è detto che il pesce italiano sia migliore del pesce di un altro Paese, idem per quasi tutti i prodotti di origine agricola.

Allora scatta un secondo livello di attenzione che riguarda la sicurezza alimentare col sospetto che il prodotto d’importazione sia meno sicuro di quello nazionale. I dati ufficiali relativi ai controlli ci dicono quanti controlli sono effettuati sugli alimenti, così come all’entrata nell’UE e il Legislatore impone, come regola generale, che i prodotti d’importazione debbano essere almeno di uguale sicurezza a quelli nazionali.

I soli enti dipendenti dal Ministero della Salute, nel 2017 (ultimi dati disponibili) hanno effettuato 490.904 ispezioni, con controlli in 176.217 stabilimenti, prelevando 47.804 campioni ufficiali di alimenti e bevande per un totale di 118.550. Il fatto che vi siano prodotti respinti alla frontiera, talvolta con scandalo mediatico, se da un lato mostra che dei problemi esistono anche per i prodotti d’importazione, dall’altro conferma che i controlli ufficiali esercitano il ruolo che la legge affida loro.

Il consumatore non è informato del fatto che sostanzialmente non può esserci una bandierina che garantisca sempre e comunque una qualità superiore. La qualità e la sicurezza dell’alimento nascono dalle condizioni di produzione primaria, quindi agricola, e vanno avanti con le buone prassi ed il controllo dei punti critici che il trasformatore deve addottare. Quindi, la qualità e la sicurezza alimentare dipendono da come il prodotto agricolo viene coltivato e da come, una volta raccolto, sarà trasformato. E’ ben difficile affermare che la qualità e la sicurezza dipendano da un unico fattore, ed a maggiore ragione esclusivamente ad un fattore territoriale. Forse, quando siamo consumatori, non sempre conosciamo quanti controlli e quanti requisiti debba avere non solo l’alimento, per essere posto in commercio, ma anche il luogo di produzione, gli addetti, i mezzi di trasporto, i magazzini, i materiali a contatto, le temperature controllate, ecc. Ovvio che pescare in un mare sporco darà come risultato quello di portare a riva pesci contaminati, come il coltivare su terra contaminata produrrà gli stessi effetti sia che si tratti di terra inquinata in un luogo esotico, piuttosto che in un luogo nostrano. E lo stesso vale per l’uso dei presidi fitosanitari in agricoltura, sulle modalità di loro utilizzo, sui limiti esistenti ed il loro rispetto.

Il consumatore cerca quindi il prodotto nazionale, l’ingrediente nazionale, la bandierina insomma, ma è anche attratto dall’idea che l’alimento sia artiginale, evidentemente con un retropensiero di disvalore per la produzione industriale vista come più lontana, più calcolatrice, più attenta alla resa economica che alla produzione di un alimento buono, sano e in qualche maniera vicino al consumatore. Ma anche questo non è spesso vero. Artiginale è l’operatore che agisce con ridotte forze lavoro, che deve far fronte alla complessità delle operazioni che sono necessarie ed obbligatorie ai fini della sicurezza alimentare con risorse delle quali solo un’azienda ben organizzata e robusta economicamente può disporre.

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Ci sono buoni artigiani che fanno un buon lavoro, ma il consumatore vede molto spesso nella proiezione del piccolo, del vicino a sé, una qualità che ancora una volta é legata ad un territorio ed a una vicinanza, cioé ad elementi sicuramente di rilevo sociale ma che poco hanno a che fare con la sicurezza alimentare.

Sono giuste quindi le politiche di valorizzazione degli ingredienti nazionali? La risposta è complessa ed il rischio concreto è quello di penalizzare il prodotto trasformato in Italia, così com’è concreto il rischio di favorire l’introduzione di alimenti trasformati di origine UE o extra UE che possono avvalersi di legislazioni che permettono lavorazioni, trattamenti, strandardizzazioni, usi di enzimi, coaiuvanti ed altre sostanze non sempre ammesse se la trasformazione avviene in Italia. Quindi la valorizzazione del prodotto nazionale o dell’ingredente nazionale all’interno di un alimento nazionale, ha un valore a condizione che non azzoppi la produzione nazionale rispetto a quella d’importazione e non rallenti l’evoluzione tecnologica. Se va preservato un ingrediente o un processo con il quale un certo ingrediente viene realizzato, questa peculiarità va spiegata al consumatore altrimenti il consumatore non capirà la differenza di un prodotto tradizionale rispetto a un non tradizionale e non premierà l’azienda che voglia lavorare con una certa tradizione o con un certo ingrediente. E neppure premierà l’azienda che voglia innovare e migliorare l’alimento.

In conclusione, le politiche di valorizzazione nazionale hanno un forte significato di tutela della produzione primaria nazionale, talvolta indeboliscono gli operatori che si occupano della trasformazione del prodotto primario quindi dei prodotti che generano il valore e questo comunque determina un indebolimento territoriale del sistema paese. In ogni caso queste politiche debbono non essere di freno all’industria della trasformazione che deve misurarsi sul campo internazionale sia quando esporta sia quando vende nel mercato nazionale visto che molti operatori stranieri vendono i propri prodotti nel mercato interno nazionale senza produrre nulla sul territorio, col supporto di marchi riconosciuti come nazionali o con l’invidiabile supporto della grande distribuzione che veicola prodotti del proprio Paese d’origine.

Giuseppe Durazzo © Riproduzione Riservata

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